Il Diavolo Veste Prada 2 – cosa aspettarsi vent’anni dopo (120 min)

Tra tutti i sequel, prequel, spin-off e chi più ne ha più ne metta, non poteva sicuramente mancare Il Diavolo Veste Prada 2, un film che in realtà stavamo aspettando molto prima che il termine “sequel” fosse entrato nell’uso comune.

Eravamo rimasti esterrefatti dalla conclusione del primo film, uscito nelle sale nel 2006, quando la protagonista Andrea Sachs, detta Andy, dopo 100 minuti di angherie subite dal proprio capo pur di “imparare il lavoro” e cercare disperatamente la sua approvazione con un “brava” o un “grazie” per trovare il coraggio di fiorire – perché il talento non le manca affatto – e intraprendere la strada del giornalismo, decide infine di mollare il lavoro come assistente di Miranda Priestly, direttrice della famosa rivista di moda Runway, e giocarsela invece presso il Mirror, più affine alle sue corde.

Questa scelta, tanto coraggiosa quanto d’ispirazione, aveva acceso una fiammella di speranza dentro i nostri cuori perché sì: nonostante “tutte vogliono essere come loro”, la verità è che tutti vogliamo trovare il nostro posto nel mondo, quindi va bene stare alle regole del gioco per un po’, ma fino a un certo punto, e quando Andrea ha visto davanti a sé il pericolo di diventare fredda, calcolatrice e vivere una vita che non fa per lei, decide di voltare le spalle proprio a colei dalla cui labbra pendeva, tagliando il cosiddetto cordone ombelicale e facendola finita con la ricerca disperata di quell’approvazione che è arrivata, ma troppo tardi. Grande Andy!

Quindi cosa è successo in questi vent’anni? Bè, qualcosa potevamo aspettarcela: le multinazionali, le acquisizioni, la digitalizzazione, le riviste sempre meno cartacee, ma la moda non è cambiata, sono solo cambiate le regole del gioco, come al solito. Andy – la nostra impeccabile Anna Hathaway – continua a vestirsi alla moda (sebbene spesso compri dell’usato perché certe cose non cambiano mai eheh), e lavora per un giornale che, proprio nei primi minuti della pellicola, licenzia lei e il suo intero staff via e-mail durante il ritiro di un premio per un’inchiesta di spessore. Il discorso accorato della protagonista mentre riceve il premio è così toccante da diventare virale sui social, proprio perché parla dell’ingiustizia subita e di quanto questa instabilità lavorativa e freddezza delle multinazionali siano diventate una regola.

Qui entra il deus ex machina, quell’espediente narrativo che porta Andy e Miranda – una per nulla settantaseienne Meryl Streep – a rincontrarsi: la rivista Runway è sotto i riflettori per uno scandalo e il CEO che aveva comprato tutto, impone Andy come Feature Editor di Runway proprio dopo aver visto quel video. Così ritroviamo le due a interagire di nuovo, con Miranda come la solita fredda e insensibile workaholic e Andy, nondimeno, che riprende a lavorare persino di notte pur di impressionarla e mantenersi attaccata alla sua “nuova sedia”. Un po’ deludente vedere la stessa dinamica di vent’anni fa: ci si aspettava una Andy più temeraria, ma non ci si sente nemmeno di biasimarla così tanto: persino Miranda ha perso il suo mordente, vittima di dinamiche imprenditoriali che farebbero perdere la fiducia in se stessi al diavolo in persona.

Senza ulteriori spoiler, grazie a un cliffhanger generato nientemeno che dalla vecchia assistente di Miranda, Emily – nonché Emily Blunt – che a sua volta invece ha costruito la sua carriera proprio nel mondo della moda vero e proprio, vediamo Miranda e Andy trovare l’ennesima soluzione che le salverà dalla drammatica situazione in cui sono finite entrambe, il tutto con una affascinante Milano a fare da sfondo. L’ennesimo compromesso, ma che rende tutti contenti.

Si poteva far meglio, i presupposti c’erano e non mancano le guest star, ma bisogna accettare che certe nostalgie da “primo film” non sempre si possono colmare con i sequel, quindi ci accontentiamo di un discreto 7/10 solo perché vedere le protagoniste che una volta credevamo essere “intoccabili” vivere invece le stesse frustrazioni e disperazioni della “gente comune” che teme quasi quotidianamente che il proprio lavoro venga sostituito da una macchina o da un’acquisizione dietro l’angolo, ci ha fatto sentire meno alieni.

Che ne pensate?

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